Venerdì 13 febbraio alle 18 la Biblioteca civica di Saluzzo apre le sue sale a una storia che per ottant’anni è rimasta nascosta tra le righe di un libro. Al centro dell’incontro ci sarà la figura di Emilio Tourn, “l’alpino piemontese” che Mario Rigoni Stern cita più volte ne “Il sergente nella neve”, senza mai raccontarne davvero il volto, l’origine, il destino. A restituirgli un’identità è la ricerca di Giacomo Dotta, che sarà presente all’incontro, che ha scelto di partire da quelle poche tracce letterarie per inseguire un uomo reale, uno tra le migliaia travolti dalla ritirata di Russia.
Il tempo ha cambiato il modo di ricordare. Le commemorazioni si moltiplicano, ma a ottant’anni da Nikolajewka, la battaglia che segnò il destino degli alpini in Russia, si entra in una nuova stagione della memoria: quella in cui non esistono più testimoni diretti. Restano i libri di storia, con le loro mappe e le loro date, e i nomi scolpiti sulle pietre dei monumenti. Ma senza le voci, quei nomi rischiano di diventare numeri. È qui che la ricerca su Tourn trova il suo senso più profondo: riportare la storia nel luogo che gli antichi chiamavano “cuore”, prima ancora che nella mente.
Emilio Tourn nasce nel 1917 a Luserna San Giovanni, scalpellino abituato al peso della pietra e al silenzio delle cave. Arruolato nel 1937, passa per l’Albania e i Balcani, tra ricoveri e diagnosi che parlano di una salute fragile. Eppure la macchina della guerra non si ferma: nel luglio del 1942 è inquadrato nell’8º Alpini e spedito sul fronte russo. La sua ritirata vive nelle pagine di Rigoni Stern, che lo ricorda come “il più allegro di tutti”, con gli “occhietti da scoiattolo sotto il passamontagna”, capace di cantare nella colonna in marcia mentre il gelo e la fame stringono l’assedio. Rigoni Stern lo cita 23 volte, ma in realtà, non lo identifica mai così chiaramente da potergli dare una vera identità.
Dopo Nikolajewka le strade si separano. L’8 settembre lo sorprende lontano da casa: Tourn viene catturato e internato in Germania. Di quel periodo restano documenti frammentari, nomi di campi che oggi non esistono più, piste ancora aperte nella ricerca. Sopravvive anche ai campi di prigionia. Torna in Italia nel settembre del 1945, come molti altri reduci, portandosi addosso un carico di ferite invisibili.
Muore nel 1963, a 46 anni. Rigoni Stern provò a cercarlo, ma non riuscì più a incontrarlo. Restano le sue apparizioni nel libro e, ora, una ricostruzione che lo sottrae all’anonimato. Non per farne un eroe, ma per restituirgli la dimensione umana: un uomo qualunque, travolto da una guerra che la storia ha già giudicato.
L’appuntamento in biblioteca non è soltanto una presentazione, ma un gesto civile: dimostrare che la memoria non vive solo nei grandi eventi, ma anche nella pazienza di chi ricompone una biografia spezzata. Perché ricordare, oggi, significa ancora “rimettere nel cuore” una storia, prima che diventi soltanto una riga su una lapide.
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