Nel Saluzzese, la coltivazione dell’albicocco risale, con ogni probabilità, a molti secoli fa. La prima documentazione in nostro possesso è relativa all’opera di Giovanni Eandi che, nel 1835, compilando la sua “Statistica della provincia di Saluzzo”, quantifica la produttività delle specie arboree da frutto che vi sono coltivate. Cita espressamente l’albicocco, distinguendo la produzione “di collina” (da 2 a 4 rubbi per pianta) da quella “di pianura” (da 3 a 6 rubbi).
Nota l’Eandi nella sua opera: «Tale varietà ha molte somiglianze con quelle coltivate nella Riviera di ponente ligure, che per caratteristiche morfologiche e organolettiche sono differenti dai ceppi tradizionali italiani, tipici dell’area vesuviana. Questa analogia si riscontra anche nei frutti tipici delle zone montane del Marocco, testimoniando una possibile influenza di ceppi nord-africana, ipotesi avvalorata anche dal nome dialettale, che si rifà al nome scientifico “armeniache”, cioè dell’Armenia».
Inoltre, nel 1848, il Casalis, nel suo dizionario geografico afferma: «Gli agricoltori delle coline saluzzesi vi coltivano con diligenza i persici, gli albicocchi, i peri, i pomi, i pruni, i ciliegi. Si vedono queste piante in gran numero negli alterni della pianura e più specialmente nei vigneti delle colline”.
A testimonianza del fatto che l’introduzione dell’albicocco risale a tempi remoti abbiamo il termine dialettale “armugnan”, con cui ancora oggi viene indicato in zona, che deriva dall’antica lingua d’Oc. La sua coltivazione in frutteti specializzati è da far risalire agli anni ‘50, quando la sua coltivazione si concentrò nelle colline del Saluzzese.
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