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Un abate convinse Pellico a scrivere “Le mie prigioni”

Come nacque il “best seller” del patriota saluzzese

Un abate convinse Pellico a scrivere “Le mie prigioni”
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Ogni qualvolta leggo un libro mi chiedo qual è stata la motivazione o la circostanza che ha spinto l’autore a scriverlo. Ho scoperto, casualmente, leggendo un opuscolo del principio del secolo scorso di Federico Ravello nel centenario dalla pubblicazione delle Mie prigioni, il perché Silvio Pellico decise di scrivere il libro che, tradotto in più lingue, divenne il “best seller” della sua epoca.

Il nostro illustre concittadino, tornato in patria, a Torino, incontrò l’abate Giordano, ormai ottuagenario, che divenne il suo “padre spirituale” e al quale raccontò minuziosamente le sue sofferenze subite nelle carceri di Milano, Venezia e dello Spielberg in 10 anni di detenzione.

Il religioso, profondamente commosso, gli consigliò di scrivere quanto narrato e di pubblicarlo.

I TIMORI DI SILVIO

Silvio non ne condivideva il parere, temendo che, a causa dell’acceso clima politico in Italia e in Europa, il suo racconto venisse giudicato non veritiero, ma di invenzione, oppure esagerato, cosa che lo avrebbe turbato profondamente togliendogli la tranquillità interiore e “il riposo dello spirito”, unico bene, diceva, che gli fosse rimasto.

Al che il sacerdote rispondeva: «Due sorta di riposi vi sono, il riposo delle anime forti e quello dei pusillanimi; quest’ultimo è indegno di voi, è indegno di un cristiano».

E quando lo incontrava ripeteva: «Vi sono due sorta di riposi, scegliete» aggiungendo: «Pensateci bene, se Dio vi concedé di acquistarvi nomi in letteratura, fu per animarvi a scrivere qualche libro salutare per il prossimo».

Ma il Pellico tergiversava e si prendeva il tempo per riflettere. Fu poi sua madre che, nonostante i possibili e paventati pericoli, dopo aver lungamente pregato, lo indusse a mettersi alla prova.

E Silvio, con grande effusione, iniziò a scrivere i primi capitoli delle “Mie prigioni” che, un giorno, mentre si trovava ospite della contessa Eufrasia Solaro Valperga di Masino, a Villanova Solaro, lesse a un suo vecchio conoscente, il quale esternò le sue preoccupazioni e lo dissuase dallo scrivere le sue memorie.

Il Pellico, profondamente scosso, ebbe la tentazione di abbandonare il progetto e di non farne più menzione con alcuno, sennonché, essendosi recato qualche tempo dopo a Camerana, presso il conte Cesare Balbo, illustre statista e scrittore, ebbe da lui la piena approvazione a continuare l’opera interrotta.

Così Silvio riprese con entusiasmo la penna, scrivendo di getto le memorie della sua prigionia.

LA PUBBLICAZIONE NEL 1832

Il libro stampato dalla tipografia Chirio e Mina, per conto dell’editore Giuseppe Bocca, vedeva la luce nel novembre del 1832. L’opera ebbe subito un gran successo, superiore ad ogni aspettativa e con grande sconcerto e sorpresa dello stesso suo autore.

Il buon abate Giordano, contento del risultato del suo fedele, continuò a incoraggiarlo a scrivere, suggerendogli di mettere la sua penna al servizio dei giovani con queste parole: «Scrivete un discorso alla gioventù, risvegliando in essa tutti i nobili sentimenti, e vi predico che non vi mancheranno i lettori».

E così nacque l’operetta “ I doveri degli uomini”, pubblicata a Torino nel 1834, che ebbe una larga diffusione in Italia e in Francia e fu tradotta in russo, tedesco e olandese.

Chi era in realtà questo abate Giordano che ebbe così grande influenza sul Pellico? Il suo nome era Giovanni Battista Clemente, nato a Torino il 24 novembre del 1755, provenendo da una nobile famiglia di Bossolasco nelle Langhe, penultimo di dodici figli.

Un quadro conservato nel castello di Novello (Langhe ) lo raffigura fanciullo, accanto al padre e insieme alla numerosa famiglia, vestito in abito talare da chierico.

Si laureò in Teologia e in Giurisprudenza. Fu uomo di vasta cultura ed erudizione, incline alla pietà e al soccorso della anime, caritatevole e misericordioso verso i poveri. Conosceva profondamente la storia e la letteratura, nonché parecchie lingue moderne, tra cui il tedesco. Spesso predicava e consolava gli infermi esprimendosi nei loro idiomi.

UN TRIONFALE SUCCESSO

Per oltre trent’anni fu parroco della chiesa di San Rocco di Torino e, se non fu innalzato al ruolo di vescovo, fu solo per la sua veneranda età.

Intimo amico del Beato Cottolengo, dimostrò una particolare predilezione per “La piccola casa della Divina Provvidenza” fondata da quest’ultimo e, nominato rettore della Confraternita della Misericordia, assunse il compito di assistere i condannati a morte.

Morì a Torino a 81 anni, il 7 dicembre del 1836, quattro anni dopo la pubblicazione delle Mie prigioni, di cui poté godere il trionfale successo che aveva predetto e auspicato.

Il ricordo e il ritratto che fa dell’abate Giordano il cronista Federico Ravello, di cui ho riportato qui un breve riassunto, si conclude con questa frase: «La memoria di questo venerando amico e prezioso consigliere di Silvio Pellico non potrà mai andare disgiunta da quella, così cara agli italiani, del pio martire dello Spielberg».

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