progetto d'inclusione

Carcerati col “pollice verde”: liberi di coltivare

Nato dalla collaborazione tra Joinfruit Verzuolo e Baladin al Cerialdo

Carcerati col “pollice verde”: liberi di coltivare
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«Una bella opportunità di lavoro, per fare qualcosa di concreto. Prima di finire qui dentro, lavoravo nell’edilizia. Non so se un domani farò l’agricoltore. Mancano ancora quasi quattro anni per uscire. Spero però di riscattarmi e questa attività è un inizio importante»: sono le parole di Alessandro Ambrosi, 34 anni, di Garessio, uno dei sei detenuti impegnati nel progetto “Liberi di coltivare - Coltivare una rinascita”. Un’iniziativa del gruppo JoinFruit di Verzuolo e dell’Open Baladin di Cuneo, che hanno recuperato una serra e un terreno da tempo abbandonati e incolti nel carcere di Cerialdo, per trasformarli in una piccola attività agricola.

Un esempio di azione rieducativa dei reclusi, un’operazione sociale che mette al centro la persona, grazie alla cooperazione tra aziende del territorio e istituto penitenziario. Dopo un anno di interventi di pulizia, bonifica, sistemazione, rifacimento impianti, sotto 200 metri quadri della copertura in plexiglass si coltivano oggi verdura e ortaggi in banchi rialzati, con un primo raccolto che ha già fruttato 24 kg di insalata e 15 di spinaci.

Nel vicino campo aperto di 800 mq, sono state messe a dimora 250 piante di piccoli frutti in vaso: i lamponi hanno prodotto qualche kg, per avere i mirtilli bisognerà aspettare l’anno prossimo. Tra il gruppo di reclusi che se ne occupano, Ambrosi è l’unico italiano. Gli altri cinque colleghi con il “pollice verde” sono due marocchini, un algerino, un senegalese e un romeno. Il più giovane ha 26 anni, il più grande 46.

Per ora sono stati impegnati 4 ore al giorno per due giorni alla settimana, ma presto saranno assunti con un regolare contratto, che in estate li terrà occupati anche 4 giorni su 7, con un riconoscimento economico (a seconda delle ore) fino a 400 euro al mese. E, una volta fuori, JoinFruit darà loro la possibilità di trovare occupazione in una delle 200 aziende associate, ma il progetto in carcere continuerà, sostenuto da Open Baladin che si impegnato ad acquistare gli ortaggi dell’orto per il locale in piazza Foro Boario.

Il progetto è stato illustrato la scorsa settimana al Cerialdo dal direttore Domenico Minervini, alla presenza tra gli altri del direttore di Joinfruit Bruno Sacchi, che commenta: «Progetti come questo possono promuovere lo sviluppo di una società più pacifica, inclusiva e caratterizzata da un benessere condiviso. L’agricoltura sociale è uno strumento importante di riabilitazione, una possibilità per i detenuti di acquisire competenze, ma soprattutto dignità, e prospettive di rinascita a nuova vita».

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