Da una famiglia vittima di odio, il genio di davide: maestro di vita

Da una famiglia vittima di odio, il genio di davide: maestro di vita
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Fine della prima Guerra mondiale. Con il trattato di pace, Alessandro Schiffer, che 10 anni dopo sarebbe diventato padre di Davide, è libero. Rimane a Verzuolo, perché ha conosciuto una ragazza che poi sposerà. Viene assunto in cartiera come semplice operaio, anche se ha un diploma di agronomo.

Nel 1934 tutta la famiglia si trasferisce a Procida: uno zio elettrotecnico, chiamato a elettrificare l'isola, ha trovato per il fratello un posto da impiegato.

Con le leggi razziali lo zio, “apolide”, è internato ad Avezzano e il padre cacciato dalla provincia di Napoli, allora zona di guerra. Nel 1940 il ritorno a Verzuolo.

Dopo mesi di miseria, nel 1941 Alessandro Schiffer viene assunto alla Celdit, la fabbrica di cellulosa di proprietà della Burgo. Dopo l’8 settembre sarà arrestato dalla polizia fascista e mandato nel campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo, poi a Fossoli e da lì ad Auschwitz, da cui non tornerà.

Il figlio Davide con il fratello sale in valle Maira e si unisce ai partigiani di Giustizia e libertà.

Finita la guerra quel che resta della famiglia Schiffer torna a Cuneo, senza beni, rapinati dai fascisti, e senza soldi.

Davide si iscrive in terza liceo al Silvio Pellico (le classi precedenti le ha frequentate a Saluzzo al Bodoni), vuole andare all'università, un’impresa difficilissima. L’obiettivo è la facoltà di medicina. Unica soluzione le borse di studio, allora rarissime. Ne vince una. Un anno dopo l’assegno gli è tolto per favorire un profugo istriano che ha una media dei voti neppure paragonabile. Lascia Milano e trova posto al Collegio universitario di via Galliari, grazie al direttore Renato Einaudi. Al collegio ha come compagni di studio Gian Luigi Beccaria e Umberto Eco.

Si laurea e si perfeziona in neurologia.

Per Schiffer, che al liceo eccelleva in tutte le materie, quella specializzazione consentiva di unire in una sintesi studi umanistici e scientifici: la biologia, attraverso la neurologia, era per lui una porta di accesso alla filosofia per giungere alle malattie mentali.

Nel 1954 legge i lavori di un famoso neurologo tedesco, Oskar Vogt. Gli scrive. La risposta è un invito a studiare con lui recandosi a Freiburg, in Germania: la nazione di chi gli aveva assassinato il padre. In più c’è da sostenere un severissimo esame pratico di neuroanatomia. Che Schiffer supera brillantemente. Rimane a Friburgo un anno, studiando il Dna e l'Rna della cellula nervosa nei malati di pellagra. L’ambiente non è come temeva: Vogt non era stato nazista, anzi nel 1928, come massima autorità mondiale nel suo campo, era andato a Mosca per esaminare l’encefalo di Lenin defunto. Dirigeva un grande istituto sul cervello a Berlino. Ma, non avendo aderito al nazionalsocialismo, lo avevano relegato a Freiburg.

In decenni di lavoro nelle corsie delle Molinette e all’università Schiffer ha condotto ricerche e pubblicato 560 articoli scientifici su molte questioni cruciali: le malattie del cervello dall’epilessia alla schizofrenia, la memoria, l’invecchiamento delle cellule nervose, l'Alzheimer ecc. Avanti con gli anni, libero da impegni cattedratici, ha riscoperto gli interessi storico-filosofici. Nel 2002 ha pubblicato le sue memorie “Non c'è ritorno a casa”. Ha indagato i rapporti, distorti, fra scienza e razzismo, l’uso perverso della medicina sotto il nazismo. Ha tenuto orazioni ufficiali in occasione di feste del 25 aprile e partecipato a molti incontri con gli studenti.

E’ stato un maestro non solo di scienza, ma anche di vita.

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