la sorella di silvio pellico

Giuseppina donna di ogni virtù era la sorella di Silvio Pellico

Molto religiosa e colta visse con le Rosine assistendo il fratello nell’ultimo periodo

Giuseppina donna di ogni virtù era la sorella di Silvio Pellico

Un articolo della Gazzetta di Saluzzo del 2 giugno 1872 riporta testualmente: «Tutto ciò che riguarda Silvio Pellico non può far a meno di interessare gli italiani tutti, specialmente poi i Saluzzesi. Sono certo che leggeranno con piacere le notizie su i suoi antenati…».

Chissà se a distanza di tanto tempo i miei concittadini leggeranno con altrettanto piacere questa breve biografia su una parente stretta del Pellico, sua sorella Giuseppina, i cui cenni biografici sono stati inviati alla Gazzetta di Saluzzo del 3 luglio del 1870 con la speranza che riuscissero «graditi a quanti hanno in venerazione la memoria della famiglia Pellico».

Giuseppina Pellico fu dotata di tutte quelle virtù che rendono degna di ammirazione una donna. Aveva un ingegno vivace e una squisita educazione, un’istruzione non comune ed era un’ottima conoscitrice della lingua italiana, francese e tedesca. Affabile e compassionevole, soccorreva i bisognosi e gli infelici, mantenendo sempre un contegno e una dignità che invitavano al rispetto. Era inoltre capace di sostenere i più penosi sacrifici con un’ammirevole forza interiore che le derivava dalla sua profonda convinzione religiosa. Fu persona cara a tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerla.

Sorella minore di Silvio, nacque il 24 agosto del 1798 a Pinerolo, dove da Saluzzo si era trasferita la famiglia.

All’età di 8 anni entrò a pensione nel ritiro delle Rosine di Torino, un’istituzione nata per offrire rifugio, istruzione e indipendenza economica alle ragazze povere o emarginate e, dalla seconda meà del 1800, orientata all’insegnamento con l’apertura di scuole elementari e materne.

Nel 1810 ritornò in seno alla famiglia che, nel frattempo, si era spostata a Milano.

Ma nel 1818, ormai ventenne, col consenso dei genitori, rientrò alle Rosine di Torino in qualità di Rosina, dove rimase fino all’agosto del 1827, lavorando ora nella farmacia interna ora in altri uffici, suscitando l’ammirazione dei suoi superiori che, nel 1830, la nominarono direttrice dello stabilimento di Chieri, carica che seppe rivestire con prudenza, bontà e imparzialità.

Nel 1835 si ammalò sua madre, che le ingiunse di non abbandonare il suo incarico per andare a curarla e che morì nel giro di poco tempo, lasciandola affranta e con la sola consolazione di rivederla in cielo.

Poco tempo dopo, nel 1838, Giuseppina dovette subire anche la perdita del padre, che accettò con religiosa rassegnazione.

Il suo dolore trovò consolazione nella venuta di suo fratello maggiore Luigi, che si stabilì a Chieri in un alloggio vicino al ritiro delle Rosine, ma che dopo poco si ammalò e morì nel 1841, nonostante tutte le cure prodigategli dalla sorella.

Il 21 marzo di quello stesso anno Giuseppina, ormai di salute cagionevole, su pressione del fratello Silvio che abitava a Torino, in casa Falletti di Barolo, uscì dall’istituto delle Rosine, ma continuò ad abitare a Chieri, dove aveva conoscenze e un legame stretto con la famiglia Daviso, in particolare con Teresa Daviso, che considerava una sorella.

Fu costei che, insieme al saluzzese Padre Raimondo Feraudi dei Predicatori, celebre religioso, poeta e amico di famiglia, confortò l’amica quando venne a mancare Silvio Pellico il 31 gennaio del 1854.

Nonostante le cure e l’assistenza, presso casa Barolo, che Giuseppina riservò al caro fratello, nulla valse a salvarlo dalla grave malattia.

Nel 1858 anche Teresa Davico morì, lasciando l’amica nella più profonda costernazione. Ma Giuseppina non si perse di coraggio e continuò ad aiutare le persone bisognose e «a perfezionarsi nelle virtù». Si impegnò nel tradurre in italiano vari libri filosofici e religiosi e nel dettare preghiere per la novena di Sant’Anna, di cui in Chieri esisteva una Confraternita, nella quale lei aveva rivestito per lungo tempo il compito di tesoriera.

Negli ultimi anni della sua vita soffrì molte infermità, tra le quali un invalidante tremito alle mani, soprattutto alla destra che non le permetteva più di scrivere, se non qualche riga all’unico fratello rimastogli e che non vedeva da 20 anni, Francesco, teologo, residente a Roma.

Moriva dopo una lunga agonia il 1° giugno 1870, rimpianta da quanti la conoscevano.

Destinò i 2/3 dei suoi beni alle Rosine e 1/3 agli asili di infanzia di cui era stata direttrice. Lasciò la sua fornita libreria, i suoi manoscritti e la sua biografia al suo padre spirituale, mentre i manoscritti dei suoi fratelli li aveva ceduti fin dal 1864 «a persone a lei carissime».

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