La bellezza del Festival di Sanremo (vinto da uno dei grandi favoriti, Sal Da Vinci) è che ogni anno ti fa scoprire amici che non pensavi di avere, o ritrovare conoscenti che avevi perso ormai da decenni. Basta una settimana nella città dei fiori e ti ritrovi improvvisamente circondato da vicini di banco delle elementari, compagni di calcetto del ’98 e parenti acquisiti fino al terzo grado, compresi i cugini dei cugini.
Il Festival, si sa, è un moltiplicatore di parentele. Tutti saltano fuori durante la settimana sanremese. Tutti vogliono scendere in Riviera, fare un giro in via Matteotti, respirare aria di lustrini e poter dire con fierezza: «Io c’ero. Io ci sono stato». Non importa se poi l’unico palco che vedranno sarà quello del karaoke del bar con il dondolo sotto l’hotel. L’importante è la foto con la palma sullo sfondo e la geolocalizzazione strategica.
E così, per sette giorni, diventi l’uomo più importante, acclamato e – almeno a parole – apprezzato del momento. Il telefono non smette mai di squillare. Vibra la mattina troppo presto sul comodino, trilla nella tasca della giacca mentre stai cercando di fare una domanda alla Pausini in sala stampa.
Ti chiamano, ti scrivono, ti mandano vocali interminabili che non ascolterai se non al ritorno a Saluzzo. E se hai l’ardire di concederti un minuto nella via pedonale, magari uscendo dal Teatro Ariston con al collo in bella vista i preziosi pass che ti permettono ogni accesso, vieni intercettato come una celebrità di seconda fascia ma con responsabilità di prima. Così le richieste dei concittadini si sprecano.
C’è chi non ha il tuo numero diretto e non osa scriverti in privato, ma compensa lasciando le proprie “commissioni” nei commenti pubblici sotto le foto: veri e propri ordini di servizio in chiaro. Così subito dopo il verdetto, sabato a notte fonda, ti ritrovi a leggere: «Abbracciami Sal Da Vinci che anch’io sono napoletano». E tu domandi: ma lo conosci? «No, a Napoli non ci sono mai stato, però i miei nonni erano di lì».
Di messaggi così, ho pieno whatsapp. «Se vedi Carlo Conti digli che Marco gli manda un grande saluto» si raccomanda uno che quando lo incroci sotto i portici o nella pedonale manco ti saluta. E un altro “amico” ritrovato: «Ho visto Carlo una volta due o tre anni fa, eravamo in coda alla Tim. Lui aveva un problema al telefono, io cercavo una tariffa nuova per il mio cellulare. Digli che sono Roberto, quello che l’ha incrociato nel negozio». Certo. Come no.
Il Festival trasforma ogni incontro casuale in un’amicizia presunta, ogni incrocio di sguardi in un rapporto da rinnovare. Tu diventi ambasciatore, postino, mediatore culturale tra il tuo quartiere e il firmamento dello spettacolo. Altro che membro della giuria per votare le canzoni in gara: sei il delegato alle relazioni improbabili.
E poi ci sono i miei amati studenti. Capitolo ancora più delicato. Alcune richieste sono così imbarazzanti da non poter essere riportate qui. Diciamo che l’entusiasmo giovanile, unito alla potenza dei social, produce derive creative. C’è chi chiede un video saluto personalizzato con tanto di nome urlato in camera, chi pretende un selfie con dedica motivazionale, chi avanza la richiesta di un oggetto “autentico” del cantante preferito. Tra le più ardite? Una ciocca di capelli: una sorta di reliquia,
Altroché il buon vecchio autografo dei miei tempi. Quando bastava un pezzo di carta stropicciato e una biro recuperata in fondo allo zaino. Oggi, con l’avvento del telefonino, dei video e dei selfie, l’autografo non funziona più. È superato, inefficace, quasi sospetto. E per fortuna, aggiungo, perché qui siamo giornalisti moderni e tecnologici tanto che nessuno di noi gira con un blocchetto di carta, già è tanto se troviamo una penna che scriva quando serve davvero.
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