Lunedì pomeriggio, nel duomo di Mondovì, la Granda ha tributato l’estremo omaggio con i funerali di Stato all’esponente liberale Raffaele Costa, morto all’età di 90 anni, dopo aver ricoperto pressoché tutti i ruoli politico-istituzionali possibili.
Avvocato, aveva fatto il suo ingresso alla Camera dei Deputati 50 anni fa, nel 1976 (insieme ad Emma Bonino) ed è rimasto in Parlamento ininterrottamente per otto mandati fino al 2006.
Ha ricoperto 14 incarichi di governo, tra cui quattro da ministro (Politiche comunitarie, Affari regionali, Sanità, Trasporti e Marina mercantile) oltre a vari ruoli da sottosegretario.
Europarlamentare dal 1999 al 2004, dal 2004 al 2009 è stato anche presidente della Provincia di Cuneo. Ha concluso la sua carriera da consigliere regionale nel 2010, quando la malattia lo ha costretto al ritiro.
É stato anche segretario nazionale del Pli (partito liberale) dal 1993 al 1994.
Passerà poi a Forza Italia, nonostante il rapporto con il partito di Silvio Berlusconi non sia mai stato di allineamento organico, ma piuttosto un approccio divenuto poi convivenza, fondato sul pragmatismo e sulla comune collocazione nel centrodestra.
Può essere considerato, anche nella sua parabola finale, uomo della Prima Repubblica, che aveva saputo conquistarsi uno spazio di primo piano a livello nazionale in un partito, piccolo, ma in cui la dialettica interna era vivace quando non feroce.
Se fossero ancora vivi, i senatori buschese Giuseppe Fassino e bagnolese Giacomo Paire, suoi colleghi di partito nel Cuneese, quanti aneddoti potrebbero narrare, così come l’avvocato cuneese Gianmaria Dalmasso: tutti costoro, in più occasioni, hanno dovuto fare i conti con il suo ostracismo.
Tempi andati, quando la politica era lotta aspra, si faceva nelle sezioni a colpi di tessere e di mozioni, ci si scannava ma, insieme ai grandi temi ideologici nazionali e internazionali, l’attenzione alle tematiche locali non veniva mai tralasciata.
Il parlamentare, in quella stagione ora percepita come lontana, viveva in simbiosi con l’area geografica che lo aveva espresso.
Ancora un aspetto merita considerazione a proposito di Raffaele Costa. Nessun uomo politico cuneese più di lui teneva in considerazione l’informazione e non solo perché, a sua volta, aveva fondato il Duemila, organo d’informazione di governo e di lotta, dalle cui colonne denunciava gli sprechi della pubblica amministrazione e le ottusità della burocrazia europea.
Un potere politico, il suo, costruito contendendo palmo a palmo il consenso in una provincia dove la Democrazia Cristiana e la Coldiretti in particolar modo la facevano da padroni.
Portò in Forza Italia la tradizione del liberalismo classico, tuttavia, pur collaborando lealmente nei governi di centrodestra da ruoli istituzionali, mantenne sempre una cifra politica autonoma, poco incline alle rigide discipline di fazione.
Se era stato un “lupo solitario” rispetto ai grandi partiti di massa e alle loro ideologie, questo atteggiamento lo mantenne anche nei confronti del partito-azienda del Cavaliere.
Con lui si chiude una pagina che ha segnato una grande stagione della politica cuneese, fatta di luci e di ombre come tutte le vicende storiche.