Comprendere cosa accade nel terreno è un passaggio fondamentale per affrontare la morìa del kiwi e individuare strumenti utili ai produttori. È questo il contributo portato da Sos-kiwi – progetto nazionale di ricerca che coinvolge numerose Università e la Fondazione Agrion di Manta – alle giornate tecniche sull’actinidia tenute nelle scorse settimane in Calabria.
Un lavoro di squadra che, a oltre metà del suo percorso, ha già portato a risultati concreti: dall’identificazione dei patogeni ricorrenti negli impianti colpiti a un test molecolare per la diagnosi precoce, fino alle prime strategie di contenimento ecocompatibili in corso di sperimentazione in campo.
La moria colpisce inizialmente le radici e può portare al collasso dell’intera pianta. Riconoscerla per tempo non è semplice: il danno può progredire anche quando la chioma appare ancora sana. Quando le foglie iniziano ad appassire e a disseccare, spesso dopo le prime ondate di caldo, l’apparato radicale può essere già gravemente compromesso.
Ma come si sviluppa la moria? Prima di tutto, occorre considerare il rapporto tra i microrganismi coinvolti e le condizioni ambientali. Le ricerche condotte finora indicano un ruolo centrale della componente biologica, mentre fattori come il ristagno idrico costituiscono condizioni necessarie al suo sviluppo, senza esserne la causa, poiché viene alterato l’equilibrio delle comunità microbiche del suolo.
Questo e molto altro sulla Gazzetta in edicola e in digitale