Lidia Rolfi fu insegnante e partigiana in val Varaita

Lidia Rolfi fu insegnante e partigiana in val Varaita
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Ha avuto ampia risonanza e suscitato unanime sdegno l’oltraggio alla memoria di Lidia Beccaria coniugata Rolfi, deportata a Ravensbruck per la sua militanza partigiana, mancata nel 1996. Mani ignote, alla vigilia della Giornata della Memoria, hanno vergato sulla porta della casa-museo di Lidia a Mondovì - dove oggi vive il figlio Paolo - la scritta “Juden hier” (ebrei qui), accompagnata dalla stella che il regime hitleriano apponeva ai cittadini di religione ebraica.

Lidia non era ebrea, ma nella mente malata dell’autore del gesto rappresentava comunque un bersaglio da colpire per la sua attività antifascista.

Nata a Mondovì l’8 aprile del 1925 in una famiglia di contadini, ultima di cinque fratelli, Lidia aveva frequentato le Magistrali ricevendo la prima nomina in cattedra alle elementari di borgata Torrette di Casteldelfino, in valle Varaita. Era l’autunno del 1943, in zona si stava organizzando la Resistenza attorno alla formazione garibaldina che sarebbe poi stata inquadrata come XV Brigata "Saluzzo". Lidia, diciottenne, diventò staffetta partigiana già nel dicembre dello stesso anno con il nome di battaglia di "maestrina Rossana".

Il 13 aprile del 1944 fu arrestata dai fascisti repubblichini di stanza a Sampeyre e incarcerata a Cuneo. Consegnata alla Gestapo, venne trasferita prima a Saluzzo e poi alle Carceri Nuove di Torino. In prigione divise la cella anche con Anna Segre Levi, nonna del suo compagno di brigata Isacco Levi.

Il 27 giugno fu deportata nel campo di concentramento nazista di Ravensbrück assieme ad altre tredici donne. Rimase nel lager sino al 26 aprile 1945, dapprima nel campo principale e successivamente nel sotto-campo della Siemens & Halske. Ritrovò la libertà soltanto nel maggio 1945.

Rientrata in Italia nel settembre del 1945, riprese l'insegnamento, a cui affiancò un'intensa attività di testimone lavorando per l'Istituto Storico per la Resistenza di Cuneo e per l'Associazione nazionale ex deportati. Per quasi trenta anni si impegnò per far conoscere l'esperienza delle deportate donne, portando la sua testimonianza nelle scuole e in molti incontri pubblici. Nel 1978 scrisse insieme ad Anna Maria Bruzzone "Le donne di Ravensbrück", prima opera in italiano sulla deportazione femminile.

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